Recensione critica sull’Opera Pittorica di Domenico Ursillo.
28 gennaio 1950: nasce a Marzano Appio, paese povero ma sano dell’Alto Casertano, Domenico Ursillo, un bimbo di umili origini ma di famiglia di sani principi, laboriosa e onesta, esattamente come sarà la sua arte da lì a pochi anni. Quasi 9 anni dopo, il 7 dicembre 1958, nascerà un altro bimbo negli Stati Uniti d’America, figlio di emigranti coinvolti nella tragedia del naufragio dell’Andrea Doria, ovvero il sottoscritto, oggi docente di arte e critico d’arte. Ironia della sorte: Domenico Ursillo ed Ermanno Di Sandro vedranno nuovamente incrociarsi i propri destini, dopo anni di reale e stimata conoscenza reciproca. Ermanno sarà spesso presente sin da giovane con i suoi familiari e genitori, oggi non più in vita, alle vernici di Domenico, ma mai avrebbe immaginato di dedicare un giorno all’amico emigrante, trasferitosi a Milano così come ebbero il coraggio di fare i propri genitori anche se molto prima, negli Anni Cinquanta, la presente recensione, la quale suggella e corona la sua meritoria attività artistico-pittorica.
Quando si parla di destini incrociati, dopo anni di oblio e di allontanamento dovuto al lavoro ma anche alla casualità, ma in fondo – rifletto – la casualità non è mai tale… Sarebbe stata semplicemente l’alea del destino a entrare in gioco: dopo la presenza dell’amico Ermanno alle vernici degli Anni Settanta e Ottanta, ci si perse, per poi ritrovarsi casualmente su Internet, ma soprattutto grazie a uno spettacolare quadro del 1972 un tempo acquistato dai suoi genitori, oggi rivalutato dall’occhio attento, competente e sensibile del critico d’arte (e d’architettura) che è in Ermanno, che è in me, un olio su tela in Stile Neoimpressionista, certificato e autenticato senza remore dall’Artista, che forse di quel quadro aveva perso memoria… Non era consuetudine in passato documentare infatti con bozzetti preliminari e preparatori, schizzi, appunti e fotografie, seppure in bianco/nero, la produzione artistica dell’epoca, e neppure archiviarla. Oggi Internet ha facilitato il compito, ma ha anche reso ancor più gravoso il compito del creatore-artista, che non può trascurare nessun aspetto del processo generativo dell’arte medesima nonché nello specifico delle sue opere.
Ma come potrei definire lo stile di questo grande quanto umile Artista, chiuso nelle sue riflessioni artistiche ed emozionali quotidiane? Come collocare la sua opera di quasi 60 anni di intenso e ininterrotto lavoro? Come coronare il suo incessante fare artistico con una recensione degna della sua bravura? Ebbene, le responsabilità del critico fanno parte delle regole del gioco, ma non sempre si ha il coraggio di dire ciò che si individua e si pensa, soprattutto se clamoroso, unico, fuori dalle regole dello scrivere le cose con equilibrio, senza generare “traumi” nell’opinione pubblica degli iniziati e degli esperti d’arte…
A me piace l’audacia, questo è il problema (se di problema si può parlare), e sono ben lieto di dire finalmente la mia, dopo tante pubblicazioni, articoli, mostre, vernissage, qualche collettiva (sono in realtà tante, ma mi concentro sempre quasi esclusivamente sulle vernici), dopo l’acquisizione delle opere del Nostro presso collezioni pubbliche e private, gallerie, pinacoteche, collezionisti, e via discorrendo. Oggi però suggerisco anche all’amico Domenico un’opera di eccezionali dimensioni, che forse metterà a dura prova la sua resistenza e anche salute, ma è necessario che lo faccia, per le esigenze della grande arte che è terapeutica, senza più esitare: io mi prenoto già da ora come suo “ispiratore” e critico d’arte ufficiale, per cui il binomio, visto che siamo ancora in vita, stavolta resterà inscindibile, collocato nelle pagine della storia dell’arte e di volumi e trattati artistici… Tutto questo dopo che la vita ci ha portato casualmente a ritrovarci, anche se per ora solo su uno schermo, quello del personal computer…
Ora farò ancor più sul serio: nelle opere di Domenico Ursillo, nei suoi spettacolari quadri dipinti a olio su tele sia pure quasi sempre di ridotte dimensioni, sono presenti alcuni caratteri semantici e tipologici, essendo spesso raccontate e rappresentate architetture semplici e spontanee in ambienti idilliaci quanto incontaminati, autunnali o invernali, più spesso primaverili ed estivi. Gli scorci architettonici, i blocchi edilizi di quell’arte costruttiva spontanea del passato che ha dato forma a innumerevoli Comuni della nostra meravigliosa penisola, le scale che si insinuano tra le abitazioni che si inerpicano sui colli e sui poggi, i muretti a secco o in blocchi di tufo o in cemento, gli scorci che fanno penetrare spettacolari effetti di luce e di colore, ma che proiettano altresì effetti di ombre proprie e portate, ebbene sono tutte intuizioni appartenenti al suo personalissimo lessico, che il Nostro ha via via migliorato e reso ancor più raffinate nel complesso compositivo, ma anche nei dettagli più minuti, e si sa che l’Opera d’Arte è data soprattutto dai dettagli e particolari non sempre visibili dopo un primo sommario sguardo e analisi. Gli innumerevoli effetti di luce a volte cangiante generano vibrazioni che sanno ammaliare e affascinare l’osservatore, il quale, incantato, entra in osmosi perfetta e ricca di emotività nella materia stesa con maestria e poesia sulla tela.
Quando furono realizzati dall’Artista i primi quadri neoimpressionisti, avevo poco meno di 16 anni, ma quei quadri hanno sicuramente cambiato la mia vita e la mia anima sognante. A settembre e ottobre a Marzano Appio ricordo che nascevano i funghi dopo le prime piogge, ma anche che cascavano dagli alberi di castagno i preziosi frutti dopo la pioggia ed il vento dei fenomeni temporaleschi sempre più incalzanti (all’epoca), a Marzano per altro piuttosto violenti già all’inizio dell’autunno. Le foglie ingiallite cadevano anche sotto la casa dei miei genitori, e avvertivo lo scrosciare delle piogge a tutte le ore, soprattutto la notte, stimolando il mio sonno con la monotonia del suono e del fruscio delle fronde, del vento, della caduta dei rami e delle castagne… Queste sensazioni sono le medesime di Domenico Ursillo, e non potrebbe essere diversamente, per cui ritengo con una punta di orgoglio di essere il più grande conoscitore della genesi dei suoi quadri al mondo, e lo dico senza neppure esagerare…
Oggi vedo anzi intravedo nella sua meravigliosa e raffinata pittura ”sognante” il Puntinismo, il Divisionismo, appunto una originale forma di Neoimpressionismo, ma anche quella che definirei come una nuova corrente del Neo Surrealismo-metafisico, o, come si preferisce, di una nuova Metafisica surrealista, con una visione architettonico-ambientale (e ambientalista) capace di originare reminiscenze di scorci di borghi e involucri relativi allo spontaneismo del costruito ambientale di una cultura contadina, inizialmente solo campana ed in particolare del Gruppo Vulcanico di Roccamonfina, oggi presente solo nei suoi ricordi giovanili.
Per l’Ursillo l’arte è libertà assoluta dello spirito, è fantasia, libertà dalla natura stessa e dal mondo della conoscenza fenomenica, libertà dalle tante forze del mondo che ci imprigionano quotidianamente. L’arte è libertà da tutto, anche dalla libertà stessa, e la vera arte non va confusa con l’estetica e il gradevole.
Il Nostro certamente intuisce quanto l’estetica ed il gradevole siano presenti nel nostro patrimonio biologico, nel DNA di ognuno di noi, e che l’arte viaggia nell’universo e nel mondo, incontrando l’energia primordiale, muovendosi in ogni dove. Forse egli pensa persino che per alcuni l’arte è inutile nella sua grandezza di libertà totale e che è spesso poco compresa, perché la gran parte della gente si limita all’estetica ed al gradevole (“mi piace” oppure “non mi piace”), non comprendendone il linguaggio, il significato, la semantica. Domenico Ursillo tutto questo non può non saperlo, soprattutto che nell’arte possiamo sentire l’emanare cosmico, l’energia universale e vitale, il fantastico, la creatività, la fantasia, l’immenso, eterno ed infinito viaggio, l’esoterico, la vita. Infatti l’arte non può che viaggiare liberamente, staccandosi dal decorativo, dai valori estetici, dal gradevole.
Aggiungo ancora quanto segue. L’arte corrisponde al giorno d’oggi ad un concetto molto più ampio, allargato, estremamente diverso dalle considerazioni su di essa di appena un secolo fa o poco più. Una frase del celebre Cesare Brandi, grande teorico del restauro, recitava più o meno nel modo seguente: “L’arte è arte nel momento in cui viene riconosciuta come tale”, ovvero in presenza di un riconoscimento ufficiale, chioso io. Dunque non tutto è arte, nonostante il concetto stesso di arte, come scrivevo poc’anzi, si sia molto allargato in questi ultimi decenni. Al contrario, ben poca produzione è arte nella realtà odierna, anche se le tecniche non sono più solo quelle tradizionali: oggi ce ne sono di innovative e digitali, persino tridimensionali. Ma le opere di tante pittrici e pittori figurativi contemporanei, anche minori (ma solo nella notorietà), sono sicuramente Arte con la A maiuscola, elaborazioni di elevato valore tecnico-semantico, in cui cuore e raziocinio si fondono generando linguaggi diversissimi che emozionano, seducono, fanno volare alto, dove colore e segno, tecnica e materia, talento, studio, creatività, intelletto, emozione e sentimento generano meravigliose elaborazioni d’arte, anche materico-spaziali oltre che, come avviene nella maggior parte dei casi, bidimensionali.
A partire dal ‘900 le tecniche della cosiddetta arte moderna e successivamente contemporanea sono quelle che rompono con la tradizione, per un uso diverso dei materiali e grazie ai nuovi processi generativi dell’arte medesima. Gli stessi principi dell’arte vengono messi in discussione da nuovi linguaggi, quasi tutti ideati da artisti di grandissimo talento che, prima ancora di essere informali, materici, astrattisti o altro ancora, erano figurativi. Questi nuovi artisti amano sperimentare e ricercare risultati inaspettati, originali, sorprendenti, combinando più tecniche, o ideandone di nuove. Nascono le avanguardie proprio all’inizio del secolo scorso, ed i nuovi artisti iniziano un nuovo percorso figurativo, guardando con diffidenza alle tecniche artistiche tradizionali, troppo legate ad un passato considerato oramai remoto. Nascono movimenti, scuole, si sperimentano tecniche che appena qualche decennio prima sarebbero state considerate la negazione stessa dell’arte.
Occorre inoltre evidenziare che avanguardia è la denominazione attribuita ai fenomeni del comportamento o dell\'opinione intellettuale, soprattutto artistici e letterari, più estremisti, audaci, innovativi, in anticipo sui gusti e sulle conoscenze. Con il termine di avanguardia si evidenziano quei movimenti letterari o artistici che propugnano o attuano nuove poetiche o nuovi modi espressivi in contrasto con la tradizione e con il gusto corrente.
Domenico Ursillo studia inizialmente da autodidatta, caparbiamente, ma umilmente studia e frequenta musei, pinacoteche, gallerie, e sa anche chiedere con tatto, quasi in punta di piedi, consigli ad esperti d’arte e galleristi, critici d’arte quotati che vedono in lui talento e tanta voglia di una silente affermazione.
L’arte del Novecento è la sua imprescindibile base di partenza, ed il giovane Ursillo inizia a studiare, se non altro per allargare i suoi orizzonti, anche le fertili sperimentazioni cubiste dei collage di Georges Braque e Pablo Picasso, nelle quali si combinano tessuti, etichette, frammenti di stoffa, carta di giornale, stagnola, la stessa pittura ad olio o a tempera. E’ consapevole di quanto quel modus operandi abbia generato un nuovo, straordinario linguaggio artistico: il collage nasce con il cubismo e viceversa, secondo un’osmosi che si consolida negli anni.
Poi l’Ursillo abbandona quasi subito gli studi relativi agli sperimentalismi delle avanguardie, perché preferisce ritornare alla visione della tradizione pittorica italiana del passato con cui ritornano elementi del linguaggio visivo e figurativo come il chiaroscuro, le prospettive, le ombre, la figura e lo sfondo, le linee di contorno, il volume e la massa in scultura (Arturo Martini, Giacomo Manzù). Apprezza il rispolvero dei grandi maestri del Trecento e Quattrocento: Giotto, Masaccio, Piero della Francesca. Ma la vita di Marzano Appio, una vita classicamente lenta scandita dai blandi ritmi della quotidianità, dove vivono prevalentemente agricoltori e piccoli allevatori di animali da cortile e pecore, asini e muli, dove le attività artigianali permeano il paese e le sue numerose frazioni grazie alla produzione giornaliera di botti e tini, manufatti per quella vita povera contadina, non può che essere il suo background culturale, quello che lo influenzerà per tutta la vita (compresa la mia).
Nel secondo dopoguerra grazie ad una vita metropolitana sempre più incalzante nei suoi ritmi e riti si passa con disinvoltura nel mondo dell’arte ai materiali poveri, di recupero, naturali o artificiali, oggi tuttora di gran moda per le loro immense potenzialità espressive che donano libertà a chi se ne serve. Grande è il successivo impatto a livello di sforzo fisico che richiedono le opere di Jackson Pollock (Espressionismo Astratto) che fa del “dripping”, il famoso “sgocciolamento”, e del “gesto” gli elementi fondamentali della sua ricerca artistica. Ma nell’Alto Casertano si è lontani anni luce da quella visione frenetica della vita cittadina, e quest’aspetto detta e scandisce l’arte dell’Ursillo, nonostante egli emigri ben presto, negli Anni Settanta, in una città ricca di stimoli culturali e artistici come la metropoli milanese, dove vive sin dalla giovane età, quella di un ventenne prossimo ai trent’anni.
Nelle sue opere si intravedono al contrario la quiete silente, la bellezza pura della natura e dei volumi edilizi, l’attimo fuggente della luce che esalta pareti e piani di calpestio determinandone le variazioni di colore, donne con i loro caratteristici costumi contadini e lunghi vestiti di un’epoca che fu, in processione o in gruppo, anche loro “metafisiche” perché come scolpite nell’immagine pittorica… Sembra di avvertire i ritocchi delle campane di chiese e cappelle che invitano alla messa serale, così come si intravede il chiarore di candele o luci poste dietro le anonime finestre che si affacciano su selciati regolari anche se a volte impervi…
Il Nostro medita e contempla, e trasferisce questo pathos solo a chi apprezza il suo linguaggio, ma anche un’energia positiva d’altri tempi che seppe forgiare luoghi e sane popolazioni. Il tessuto cromatico è ricco di calore, di luce, di lirismo che ci riporta indietro di molti decenni, mentre le composizioni dei paesaggi sono equilibrate mostrando fughe prospettiche semplici quanto sapienti, spesso con un sol punto di fuga non sempre facilmente individuabile.
I vecchi borghi e blocchi edilizi sembrano recitare tutti insieme, e sono spesso i protagonisti assoluti delle tele e dell’ispirazione creativa del Nostro, mentre le ombre ne definiscono meglio la corposità volumetrica con un utilizzo del pennello in migliaia e migliaia di puntini e ritocchi. Si scorgono spesso anche le montagne che contornano il cielo con le loro cime, un tempo innevate e spoglie di fronde e fogliame grazie alla caducità di alberi secolari…
Il suo è spesso un tripudio di colori e di luce, di tinte calde e fredde a seconda della stagione che immagina, di scorci rigidi ma a volte anche festosi attraverso le abitazioni e le chiesette, di viste persino conventuali (Convento dei Lattani a Roccamonfina), ma anche ambientali quando rappresenta castagni e alberi in fiore, forse ciliegi e peschi, chissà… La sua è una pittura originale, fantasiosa anche se apparentemente rigida nella precisione volumetrica di un costruito così raffigurato, dimostrando il Nostro di essere un vero maestro del colore che interpreta a meraviglia luoghi ed emozioni in un linguaggio unico e irripetibile nella sua ineffabilità.
Seguace certamente del Pointillisme e degli stessi puntinisti e divisionisti, Domenico Ursillo sa rappresentare il silenzio dei luoghi di origine nella costruzione di scorci e paesaggi. I colori, abilmente scomposti in maniera quasi impercettibile, trovano la loro unità nella mente dell’incantato osservatore che ammirato contempla volumi plastici e grevi di un costruito che ci riporta al Sette-Ottocento, ma anche al Novecento che egli vive quotidianamente, direi serenamente nelle sue elaborazioni e contemplazioni.
Infine mi pregio ultimare codesta mia disquisizione elencando ulteriori aspetti dell’arte dell’Ursillo, completando in tal modo i miei pensieri artistici e riflessioni sul suo fare artistico negli anni, compresi gli ultimi pre e post Covid, purtroppo una sorta di spartiacque per ogni artista che io conosca.
(Unicità creativa) Grazie a questa sua libertà creativa ogni sua opera d’arte rappresenta nel suo risultato finale un atto artistico grandioso nella sua unicità creativa, da tutelare in quanto tale e da tramandare alle future generazioni.
(Il gesto artistico) Ogni suo gesto culturale ed atto artistico risulta concepito, meditato, elaborato, studiato, perfezionato, ed in esso convivono talento, studio, creatività, tecnica, fare artistico, intelletto, emozione e sentimento.
(Gli atti artistici contemplativi) I suoi atti artistici sono contemplativi, mentre risulta dinamico il suo intelletto; inoltre appare chiaro che il Nostro sia consapevole che ogni sua opera creativa risulti infinitamente superiore alla più dotta critica su di essa, grazie alla consapevolezza del suo ruolo in seno all’arte figurativa e del suo intrinseco valore.
(Un nuovo concetto di bellezza) Domenico Ursillo esprime con mirabile efficacia un nuovo concetto di bellezza teorica ed irreale, che di fatto non esiste, quella che contrasta con il grigiore della quotidianità della vita e dell’ambiente stratificato urbano degradato di molte realtà territoriali italiane ed europee post industriali.
(La quinta dimensione) Per Domenico Ursillo esiste una sorta di quinta dimensione, dopo quelle spazio-temporali: è quella dell’intangibilità dell’emotività e dell’impalpabile, quella dell’emozione e sensibilità che può portare chiunque a spasso nel tempo, al di là dell’arroganza scientifica, illuministica ed ateistica per la quale non esiste l’indimostrabile: per l’Artista invece l’indimostrabile esiste fino a prova contraria.
(L’artista al vertice della piramide sociale) Per il Nostro è l’arte e solo l’arte ad essere portatrice di immensi valori etici e culturali ed a dare fortunatamente valore alle miserevoli esistenze degli esseri umani: questo è ciò che sublima, esalta, spiritualizza e nobilita ogni artista, uomo o donna che sia, che gli regala l’eternità, elevandolo al vertice della piramide sociale dell’essere umano.
(Arte come megafono dello spirito) L’Ursillo dà la massima libertà espressiva alle sue opere unitamente all’impiego di tecniche già consolidate, raramente innovative, secondo linguaggi i più vari, generalmente su supporti tradizionali: il risultato finale è dato dalla sua voce in quanto megafono dello spirito e dell’interiorità ed evoluzione culturale, delle esperienze, dei sentimenti ed emozioni, del suo pensiero.
(I processi creativi) Domenico Ursillo e la sua arte rappresentano la naturale innovazione dei processi creativi ed artistici, essendo capaci di varcare altri orizzonti, rinnovate culture, promuovendo sempre l’amore per il bello superiore, l’armonia e la purezza delle emozioni; egli entra nell’arte con il cuore, ancor prima che con la testa, documentando il suo essere al mondo, testimoniando la realtà esistenziale della sua vita, non solo artistica, partendo - ma non palesandolo - dal basso di una vita comune a tante altre persone semplici quanto umili.
(Libertà totale) Egli esprime libertà totale tra la gente e per la gente: l’azione per Domenico è fondamentale, ma l’essere anche semplice ed immediato, trasformando di conseguenza la sua nobile utopia in realtà artistica, e non solo.
(L’arte dal basso) Per Domenico Ursillo, anche se non lo comunica espressamente, l’arte deve provenire dal basso: tante persone, per un’infinità di problemi presenti nella società, ne rimangono escluse, per cui non possono esprimersi né comunicare, e purtroppo a queste persone non vengono concessi spazi e luoghi per esprimersi liberamente. Sotto questo aspetto il Nostro è stato decisamente più fortunato di tante altre persone e colleghi.
(La produzione artistica) Il Nostro ha tra i suoi obiettivi quello di lasciare all’umanità produzioni artistiche di elevato livello, da documentare, classificare, catalogare, archiviare, ordinare e sistemare in maniera organica per le future generazioni, per i critici, storici dell’arte e ricercatori, per gli studiosi in genere, tutelandone il ricordo attraverso la documentazione relativa, ovvero schizzi, disegni, bozzetti, fotografie, appunti di lavoro, osservazioni scritte.
Prof. Arch. Ermanno Di Sandro, Writer and Art&ArchitectureCritic@
Prefazione dal catalogo Domenico Ursillo COLORE FORMA ARMONIA
Parlare di un artista come Domenico Ursillo non è cosa semplice, non solo per chi, come me, scrive di lui ma anche e soprattutto per coloro che vogliono cimentarsi e immergersi nell’opera di questo pittore contemporaneo.
La sua biografia, i premi e i riconoscimenti, le menzioni e gli incontri d’arte sono fatti conosciuti e basta ricercare il suo nome nell’universo digitale per trovare tutte le notizie del caso. Ma il mio intervento non può essere un elenco di pagine e pagine di prestigio e di premi vinti ma è un doveroso lavoro di analisi della sua produzione, partendo dalla semplice e unica pennellata che plasmerà, di lì a poco, un turbinio di luci ed ombre mai scontate.
Domenico Ursillo è un Artista composito, si cimenta in diversi generi ma è soprattutto un Paesaggista di lunga data: il suo substrato è ravvisabile nelle migliori avanguardie italiane ed europee tra fine Otto e primo cinquantennio del Novecento. A chi guarda per la prima volta un suo quadro, non può sfuggire la raffinata tecnica impressionista; la sua pittura si costruisce attraverso stesure continue e meditate di colore che risplendono di una luce che sembra provenire da dentro la tela: solo una conoscenza analitica e dal vero della Natura può spiegare l’anima più intima del pittore.
E lui stesso lo testimonia quando testualmente spera “…di creare qualcosa che possa entrare nell\'anima di chi osserva…”. E lo fa con una forza tale che l’osservatore non può che esserne ipnotizzato. Le sue migliori e più convincenti interpretazioni sono di sicuro le campagne autunnali e invernali, quando i colori caldi creano rimandi non usuali con ciò che ci circonda.
Ha ragione il critico Salvatore Russo quando, parlando di una delle più impegnate e impegnative opere del Maestro, Sole d’Inverno, non usa mezzi termini: “Per guardare un’opera così, ci vuole impegno, ci vuole la voglia di volerla scrutare tutta, perché un’occhiata fugace non basterebbe a coglierne l’essenza, quella vera. Uno stile, scelto dal pittore…, che induce…a voler quasi esaminare ogni singolo punto del quadro, per poterlo continuare a scomporre e ricomporre una volta dopo l’altra. …Quiete e silenzio, il solo fruscio delle foglie e i propri passi, sono quello che si sente osservando il quadro e desiderando di sentirsi parte di esso”.
Lo spettatore deve rimanere strabiliato, esterrefatto, emotivamente trasportato nella realtà ri-creata da Ursillo. Così Sgarbi, a margine del suo intervento ne sottolinea il trasporto emozionale: “La sua creatività detta vibrazioni emozionali, con grande capacità nel destreggiarsi nell’affollata giungla delle nuove tendenze creative, restando ben fedele alla sua natura impressionista, fulcro della sua creatività, germoglio prezioso custodito nella sua incontaminata anima di Artista”.
Volendo valutare a soggetto e settorialmente la sua produzione, la considerevole raccolta di dipinti si potrebbe, piuttosto che analizzare cronologicamente la produzione dello stesso, dividerla in quattro macro-categorie: Paesaggi rurali, Paesaggi cittadini, L’uomo e la natura, Nature silenti o, più comunemente, Nature morte. Ma è una divisione che accompagna continuamente l’artista e, se si esclude un naturale trasporto nei riguardi dei paesaggi, si ritrovano in tutta la sua produzione artistica.
L’uomo fa la sua comparsa solo sporadicamente nei suoi spaccati e nei sui tagli pittorici: lo ritroviamo con le sembianze di un fraticello, di corredo e seduto su una panchina mentre si crogiola nel prendere gli ultimi raggi di sole che bagnano la natura, in ragazze di spalle che, come il solitario e muto spettatore di Friedrich (anch’esso, tra l’altro, ripreso di spalle), hanno un valore secondario e comunque solo di “riempimento”, quasi a scrutare ciò che la natura ci sta donando! L’osservazione del mondo circostante diventa quindi essenziale: il voler dipingere en plein air, come si usa dire dagli Impressionisti in poi – ma ancor prima con tutta la corposa e magnifica schiera dei Posillipisti napoletani o dei Macchiaioli toscani – costituisce di sicuro il substrato veritiero e punto di partenza della poetica ursilliana. Non potremmo ammirare e lodare i suoi paesaggi senza pensare al rimando a qualcosa di visto dal vero. Così la neve, i prati le fogli ingiallite, le ombre del meriggio o quelle del crepuscolo, sono emozionali perché vere.
Se la poetica del colore impressionista – ancor più, puntinista o pointilliste che dir si voglia – pervade gran parte dei paesaggi rurali, un muto primitivismo alla Masi o un gusto metafisico delle famose Piazze d’Italia riecheggia con eco latente nelle assolate mura cittadine, alcune realizzate con ampi spazi e attraverso ariose vedute architettoniche, altre addossate le une alle altre, a memoria di un passato medioevale fatto di stradine strette e ben difendibili, oggi riverbero di quello che sono stati i nostri borghi. L’essere originario di luoghi immersi nei boschi come l’Alto Casertano di Marzano Appio (terra d’origine del nostro) e di ameni e silenziosi luoghicome icome Roccamonfina con le sue frazioni di Cicioni, Tavola, San Domenico (soggetti cari e ricorrenti nelle tele di Ursillo), ha ricreato quella congerie di elementi che poi troviamo anche, come ricordi sempre attuali, in altre opere di soggetto indefinito e, per i più, immaginifico; ma così non è, perché la memoria ha “fotografato” quei luoghi che, all’occorrenza, ritornano a colmare, come quinte architettoniche, le limpide visioni del paesaggio italiano.
Si rimane del resto meravigliati di fronte all’inconfondibile tratto dell’artista: pennellate minuziose, chirurgiche, ora più larghe, ora meno, quasi virgolettate ma sempre ben modulate, che creano una visione pacata e rilassante dei luoghi. Tale trama diviene abbastanza evidente se si fa lo sforzo di guardare da una posizione abbastanza ravvicinata la stesura dei colori, mentre l’occhio, com’è d’obbligo, riesce a uniformarli e a ricomporre il tutto se è a una certa distanza dalla tela.
Questi rimandi diremo a forme ben conosciute ci testimoniano come la tradizione pittorica del dato reale non è venuta mai meno nel nostro pittore: i rimandi a correnti più o meno noti ci sono, è stato accennato poc’anzi, ma il filone è sempre quello di pitture che hanno a che vedere con la sfera del “formale”, contrapponendolo al filone informale più propriamente e che ha dettato mode e consuetudini pittoriche in questi anni, a volte colme di solo tecnicismo ma prive davvero di quell’anima che si ritrova in tanta produzione e italiana e estera.
Nonostante il dato reale non sia stato mai abbandonato da tanti artisti più o meno conosciuti e ad esso ci si è rivolto durante la prima e la seconda metà del secolo da poco trascorso, in Ursillo non si declina mai con sterili o vuote proposizioni, il tutto soggiace a emozioni che scaturiscono dall’anima. Anzi, si potrebbe pensare che con le immagini Domenico dia spessore e nuova vita a poetiche sommesse che solo la mente e l’anima possono cogliere. Ma non è da tutti, perché le persone non devono solo guardare la superficie delle cose ma cercare di catturarne il messaggio profondo, che un’immagine dipinta concede e che, in questo caso, rimanda a tranquille visioni che appagano gli osservatori, anche quelli meno attenti al dato reale.
Ed è in ciò che si pone l’attento studio dell’artista, il quale, nel proporre e fermare il tempo di un dato luogo, oggetto o azione, crea un substrato caro di ricordi per chi si immerge nella sua opera, ancor di più per chi, soprattutto nei paesaggi, quei luoghi li ha percorsi e vissuti.
Ne scaturisce un trasporto emozionale che, penso, sia davvero il messaggio vero che il pittore vuole lasciare di sé. Non è certo un plauso che si cerca, non è ostentazione di bravura intrinseca, è qualcosa di più complesso, qualcosa che benissimo si può rendere con la corrispondenza di amorosi sensi di foscoliana memoria. È un rimando non univoco, perché solo pensandola in questo modo l’opera “vive” davvero.
Dr. Gianni Gallinaro
Critico d’arte
Palermo, 22.03.07
Prof. Claudio Alessandri scrittore e Critico d\'arte
Dr. Marino Fioramonti
Giornalista RAI-TV e Critico d\'arte
Dr. Augusto Giordano
Giornalista RAI GR2
Prof.ssa Mariarosaria Belgiovine
Critico d’arte
Dr Felice Esposito
Critico d'arte
Prof. Giuseppe Gentile
Critico d'arte
Dr. Vito Cracas
Critico d’arte
Prof. Mario Cagetti
Critico d’arte
Dr. Salvatore Perdicaro
Critico d'arte
Dr. Giorgio Falossi
Critico d’arte
Dr. Antonino De Bono
Critico d’arte
Dr. Angelo Pellegrino
Critico d’arte
Prof. Attilio Milani
Critico d’arte
Prof. ssa Anna M. Mafrice
Critico d’arte
Dr. Gianni Gallinaro
Critico d’arte
Dr. Mario Barberis
Critico d’arte
Dr. Giuseppe Martucci
Giornalista e Critico d’arte
Prof. Pier Luigi Senna
Critico d’arte
Prof. Lilia Lo Savio Critico d\'arte
Prof. Enotrio Mastrolonardi
Critico d'arte
Prof.Gerard Argelier
Critico d'arte
Redazione GIGARTE
Prof. Paolo Levi
critico d'arte
Prof.ssa Stefania Bison
critico d'arte
Prof. Sandro Serradifalco
Critico d’arte
Prof. Salvatore Russo
critico d'arte
Prof. Enzo Gentile
collezionista.
Paolo Levi
Bagheria - luglio 2017
Dott. Dino Marasà
editore e critico d'arte
Carla d'Aquino Mineo
critico d'arte
Prof. Roberto Maria Ferrari
critico d’arte
Prof. G. Bruzzano
Critico d’arte
Dott. Gianni Gallinaro
Critico d\'arte
Immersa in accattivanti vibrazioni metafisiche, questa creazione danza in regni di sublime mistica. Turbinii di tonalità dipinte ad olio riecheggiano paesaggi da sogni eterei; una collisione poetica del mondo naturale con sfumature metafisiche. Quest’opera d’arte, una finestra su un universo ultraterreno, attirerà il tuo sguardo, liberando un’energia unica e surreale, trasformando il tuo spazio in un misterioso rifugio di bellezza stimolante.
Prof.ssa Sarah Zigler
Critico d\'arte
Fasciate di luce. oblunghe. stilizzate in un movimento plastico ingemmato di corpuscoli solari. le donne del profondo Sud di Domenico Ursillo ascendono vicoli e scale antiche nel vecchio borgo sazio di case, di palazzi e di chiese barocche.
Giovane pittore autodidatta, antiaccademico, ama immettere nelle sue tele una particolare briosità folcloristica. un senso mistico di devozione alla sua terra ch\'egli trasforma in una pioggia incandescente. S’avvale di un candido divisionismo modulato ed impaginato con grazia che si apre nell\'incanto della beatitudine eterna dipinta col gusto delle saghe paesane. quando la narrazione leggendaria si rivestiva di mitici dorati veli e di soavità popolari.
Ursillo s`è specializzato in questo sfarfallio delle cromie, nell\'uso iridescente d\'un puntinismo strutturale fondato sui chiari e scuri coloristici, distribuiti secondo un innato lirico abbandono degli effetti di luce.
Ogni costruzione è sazia di corpuscoli che luccicano, impastano come tante faville sprizzate dal maglio sorgivo del pittore muri e cornicioni, grandi finestre illuminate e tetti che si arrampicano sornioni e spariscono tra le nuvole. Le chiese mostrano cupole emi-sferiche sulle quali i raggi baluginano a sorpresa; gli anditi del sottoportico sono oscuri come gli accessi delle case vetuste che mostrano tenebrose cavità d`entrata e smagliano crepe e fenditura lungo gli annosi intonaci investiti da fiotti di luce.
C\'è nell\'opera un\'atmosfera magica. irreale. quasi di settecentesco « presepio annotato da tante figure che vanno e vengono: dimesse e raccolte deambulano tra alberi enormi, in piazze spaziose o ristrette in vicoli bui. ma sempre ieratiche ed assorte nei loro destini.
Domenico Ursillo rapporta i cieli all\'esaltazione divisionistica dei paesi scaturiti dal grigiore di tutti i giorni. immagina raggi divini che sciabolano terrazze e comignoli e rendono illividiti i campanili e le facciate dei palazzi che annegano in un mare di luce.Anche ii suolo è cosparso di sottili infiorescenze. come un drappo di seta risaltante nel-le mille pagliuzze d`oro in cui è stato intessuto.
Pittore che sa distribuire con piacevole senso cromatico l\'aspetto composito del vecchio borgo campano, quando all\'imbrunire gli umori e le ansie della gente scaturiscono dal profondo delle abitazioni nella sublimazione delle passioni umane. La sintesi di questo ricamo minuzioso ed analitico centrato sulle ocre è l\'aureola di una pittura fondata essenzialmente sulla meditazione e sulla contemplazione delle cose, in modo che il flusso energetico che si sprigiona attorno all\'artista sia un`emozione che condensi tutte le vibrazioni del creato.
D R. A. De Bono Critico d\'arte
Prof. Vittorio Sgarbi